mercoledì, 03 giugno 2009,23:02
“Ah si? E sentiamo cosa vorresti farmi...mmmh interessante...continua dai. Io intanto mi tocco. Sono fuori al balcone che mi tocco con la punta delle dita”. Era una voce compiaciuta, totalmente persa e avvinta dalle parole della persona dall'altra parte del telefono. Era una voce conosciuta, già sentita, che però faceva strano risentire lì, sul balcone del mio vicino che era anche il suo ex.
Eppure era proprio lei, con i suoi sensualissimi ricci rossi, il suo parlare fluente e continuo e allo stesso tempo sensuale. Ero anch'io sul balcone, sorseggiando un bicchiere di vino e abbandonato ai pensieri di una sera di giugno, quando fui avvolto da quelle parole così oscenamente sensuali, sibilate, sussurate, solleticate al telefono, ma anche all'aere, sperando magari che qualcuno potesse catturarle.
Mi affacciai per avere conferma che fosse effettivamente lei ed il suo sorriso maliardo, da bambina colta con le mani nella marmellata incontro il mio sguardo. Le sorrisi, sicuramente più imbarazzato di lei che intanto continuava a parlare.
Dopo 5 minuti il silenzio. Fu lei quindi ad affacciarsi, a cercare il mio sguardo e mi trovò intento con i miei pensieri. “Ehi ciao”, mi disse con voce dolce. Ci salutammo e dopo i vari “come stai”, “come mai”, “tutto bene” fui sfacciato nel chiederle cosa ci facesse lì. Con Bastian si era infatti lasciata in malomodo, o meglio lei aveva abbandonato lui che, nonostante fossero passati 5 mesi, ancora ci soffriva. Lei al contrario mi sembrava sorridente e dalla telefonata di prima anche presa da altro.
“Ho lasciato casa e tra 3 giorni parto per la Germania. Così mi serviva un appoggio e Bastian si è offerto di ospitarmi. Così eccomi qua...” disse sorridendo. Indossava degli short estremamente sensuali che le disegnavano ancor meglio un tornito sedere. I suoi lunghi capelli ricci scivolavano giù sulla schiena quasi a sfiorarglielo. Mentre parlava, il mio sguardo non potè non cadere su quella sua scollatura, non troppo evidente, ma estremamente provocante. Quella sua pelle bianca poi era un misto di innocenza e di invito alla candida perdizione.
Parlava e si toccava i capelli, quasi a volerseli annodare. A volte abbassava lo sguardo, a volte mi regalava sorrisi. Tutto in due minuti. In cui mi raccontava di sé, del suo essere un insegnante di italiano per francesi, della noia di quel lavoro che però le dava da vivere. “Fossero almeno carini”, mi disse sorridendo. “Sono quasi tutti gay e chi non lo è puzza”, rideva ancora. Saperla eccitata, ma non soddisfatta fisicamente mi eccitava, almeno quanto quei suoi gesti, quel suo toccarsi i capelli, quel suo sorriso. Ci divideva una ringhiera, ma l'eccitazione che mi stava salendo in quel momento era tale che ad un suo cenno avrei scavalcato in un sol colpo la ringhiera.
“Avrei bisogno di lezioni di francese”, dissi io provocandola ed incalzandola sui suoi allievi poco avvenenti. “Quando vuoi, io sono sempre disponibile”, rispose lei altrettanto provocatoriamente, mordendosi il labbro, abbassando lo sguardo e intrecciandosi furiosamente quei ricci rosso fuoco. Stavamo per entrare in un labirinto di perdizione e dai suoi occhi capivo che lei come me amava quella sensazione adrenalinica del non sapere dove potrà portarti una determinata situazione. “Ma sei sola?” chiesi io. “Si Bastian è a karate, tornerà tra un mezzoretta”, rispose ridendo. “Vieni di qua dai, così facciamo due chiacchiere”.
Ero un po' imbarazzato, ma alla fine accettai l'invito, travolto dai miei pensieri e dalle mie fantasie, su di lei eccitata, su di lei maestra di lingue, di me su di lei...
Bussai alla porta di fianco. Mi presentai con una bottiglia di vino. Lei mi aprii, con un sorriso candido. Finalmente potevo ammirarla nella sua bellezza, un metro e sessanta di pura Donna, con la D maiuscola. Una sensualità fatta di curve, perché oltre a quel culo di tutto rispetto, anche la sua affatto scarsa terza si faceva guardare. Oltre alla curve però ad eccitare erano i suoi gesti, il suo passarsi ogni tanto la lingua tra le labbra, il suo mordersele ogni tanto, il suo accarezzarsi i capelli, annodandoseli, intrecciando chissà quali pensieri, chissà quali fantasie.
Ci sedemmo sul divano a chiacchierare. Con la sua consueta innocenza, sollevò i piedi dal pavimento, posandoli sul divano. Era a piedi nudi lì, davanti a me, suo ex vicino di casa poco più che sconosciuto in un modo così naturale che eccitava solo a guardarla. Mi raccontava di sé, del suo attuale ragazzo, finendo per rivelarmi particolari scabrosi della loro vita sessuale, rivelandomi però che spesso le sue voglie con lui restavano insoddisfatte. Rideva. Feci una battuta e lei mi diede un buffetto sullo sterno. Continuò a ridere e si morse il labbro. Ancora vino, il terzo bicchiere, ancora brindisi, ancora risate, mani che si sfioravano e si toccavano. Il labirinto si intricava, l'uscita si allontanava, ma perdersi era piacevole, ah se era piacevole.
Nel frattempo mi ero un po' avvicinato a lei e con la mano le accarezzavo la spalla. A lei non dispiaceva, anzi. Si avvicinò a me ancora un po' e posò le sue gambe sulle mie. Quarto bicchiere.
I silenzi aumentavano e chiedevano di essere riempiti. I nostri sguardi si accendevano di voglia, si raccontavano di passioni immaginate in quei 20 minuti passati a chiacchierare sul divano, districavano percorsi disegnati nello svilupparsi di quel labirintico viaggio di calde fantasie.
Lei si alzò e mi prese per mano. Mi portò verso la stanza dove dormiva. La chiuse a chiave e sollevandosi raggiunse le mie labbra. Le nostre bocche al sapor di vino si assaggiavano, si scrutavano. Un bacio prima dolce, poi via via più appassionato voluttuoso. Assaporavo le sue labbra ed avevo voglia della sua bocca. Le nostre lingue iniziarono a cercarsi, a fondersi in maniera furiosa e languida. Lentamente, poi via via più intensamente, con maggior forza. Si contendevano la bocca da abitare, si succhiavano l'aria da respirare, il desiderio da accontentare, la strada da prendere per perdersi insieme. Un respiro sempre più affannato. La presi in braccio e lei non esitò a mettersi a cavalcioni su di me. Baciandoci arrivammo al suo letto, dove la adagiai.
Ci staccammo per un po' per guardarci negli occhi, senza dire nulla, quasi sapendo che di lì in poi avremmo fatto la stessa strada verso la depravazione, i nostri percorsi in quel labirinto si sarebbero fusi, bisognosi com'erano in quel momento, a quell'ora e in quel posto l'uno dell'altro.
Si morse il labbro e cerco le mie labbra. Riprendemmo a fonderci, stavolta con vigore e forza. Mi voleva, si capiva. Ed io volevo lei, si capiva. Le accarezzavo le gambe e quando raggiungevo il sedere l'agguantavo con forza, cosa che la faceva sobbalzare di piacere. Presi a baciarla sulla guance, a percorrere quei rossori che la voglia le aveva colorato sulla faccia. Cominciai ad annusare il suo collo, a sentirne il calore, l'odore. Lo mordicchiavo e risalivo lentamente, fino al suo lobo. Lo morsi, poi la mia lingua cominciò a passare da dietro l'orecchio. Lei gemeva e fremeva, muovendosi quasi in preda a convulsioni. Era evidentemente eccitata e mi spingeva verso il collo tenendomi le mani dietro i capelli.
Riprendemmo a baciarci mentre con una voglia matta le tolsi la maglietta. Sentimmo una chiave nella porta. Era Bastian che rientrava. Ci guardammo, preoccupati del “drago cattivo che ci inseguiva” solo per pochi secondi. La porta era infatti chiusa e le nostre strade così depravatamente tortuose e lontane che era impossibile per chiunque distoglierci dal nostro gioco. Noi chiusi in quel labirinto, a goderci il nostro piacere che, sapendoci un po' clandestini, un po' stronzi, aumentava ancora di più.
La mia bocca assaggiava i suoi seni. Morsi il suo capezzolo e lei sobbalzo, quasi strozzando quel suo urlo di piacere. Percorrevo i suoi seni e godevo del loro odore, del loro calore, della nervatura di quella areole,tanto chiare, quanto perfette. I capezzoli erano turgidi e la mia lingua si muoveva circolettando prima ampiamente e poi sempre più a stringere verso il capezzolo, dove le labbra si chiudevano per succhiare la sua voglia, il suo piacere. Lei gemeva, quasi dimenticando che di là c'era il suo ex. Oppure lo sapeva e voleva farglielo sapere.
La sua mano spingeva la sua testa verso il basso, quasi implorandomi. Quel gesto dopo un po' fu accompagnato da un “leccamela, leccamela” che era quasi un invocare aiuto. Ero molto eccitato e saperla così travolta dalla voglia mi eccitava ancor più. Le tolsi i suoi shorts in un attimo. Aveva un perizoma bordeaux in pizzo. Meraviglioso. Meraviglioso. Annusavo la sua voglia da pochi centimetri. Lei sentiva il mio fiato solleticarla. Ma non la toccavo e lei mi seguiva in questo mio non fare.
Le mie mani sul suo sedere, tenendola leggermente sollevata. Appoggiai le mie labbra sul perizoma e lo sentii bagnato. Cominciai a succhiarlo e lei ne godeva. La sua voglia aumentava e cresceva anche il mio desiderio di assaporarla a fondo. Gemeva, non curante di Bastian che di là ci sentiva di sicuro.
Scostai il suo perizoma, e posai la lingua sulle sue voglie. Era calda e bagnata e cominciai ad assaporarla. Muovevo la mia lingua lentamente, molto, molto lentamente. Verso l'alto, poi verso il basso, il basso ancora e poi ancora su, lento, lappando, assaporando, travolgendo i suoi umori. Era rasata, quasi del tutto e sapeva di buono. Lei gemeva e si contorceva le tolsi il perizoma e nel farlo lei mi aiutò sollevando il sedere. Anche quel gesto era estremamente sensuale, volgarmente arrapante. Cominciai a penetrarla con tre dita, mentre gliela leccavo con ardore. Mi concentravo sul clitoride, mentre con le dita la stantuffavo velocemente. Le piaceva e mi implorava quasi di continuare. Godeva contorcendosi.
Scesi più in basso con la lingua e la penetrai con questa. Cominciai a rotearla dentro, quasi scavandole dentro. Con le mani le stuzzicavo i capezzoli. Sollevai il capo e la scorsi con la mano sulla bocca per provare a non gridare. Ansimava, cercava di prendere fiato. Ripresi a toglierglielo, assaggiando quel miele misto a latte di mandorla. Le succhiavo l'anima. “Scopami, scopami, ora, ora...”. Venne, si capì dal suo ansimare, ma mi chiedeva di penetrarla.
Nei miei pantaloni esplodeva un'erezione di quelle galattiche. Mi tolsi i jeans poi i boxer. Ero nudo di fronte a lei. Mi fermò e prese a giocare sul mio petto, mettendosi in ginocchio sul letto. Mi mordeva i capezzoli e leccava compiaciuta i miei addominali. Era vogliosa e scese lì. Lo prese in bocca e cominciò a succhiarlo. Fu prima frenetica, nell'andare su e giù. Poi tornando lentamente in sé, prese a giocarci. Infilava la lingua nel frenulo e ci sputò su. Poi se lo infilò in bocca, il tutto solleticando le mie palle con maestria. Percorreva l'asta per intero dall'alto verso il basso. Cominciò quindi a succhiarmi le palle e contemporaneamente cercava il mio sguardo, per saggiare la mia voglia guardandomi. Ero perso nel godimento e lei rideva e succhiava più forte le palle.
Con un'unghia mi solleticava lo sfintere. Mi piaceva, mi eccitava ancora di più. Ci sapeva fare. Quella bocca calda e assetata mi stava facendo impazzire. La feci allontanare ed affannato la guardavo ansimare. Ansimavo anche io. Sembravamo due guerrieri reduci da una battaglia, ma subito pronti a riprenderne un'altra.
Mi accolse poco dopo ed io la penetrai con forza, facendola sobbalzare. La stantuffavo guardandola negli occhi e lei ne chiedeva ancora e ancora. Mi accarezzava il petto con una mano e con l'altra mi stringeva una natica. Gridavamo entrambi, ormai dimenticando che lì di fianco da mezzora Bastien stava ascoltando la sua ex godere come forse mai aveva goduto. Gridavamo e urlavamo la nostra passione.
I nostri corpi avvinti dalla voglia si legavano in posizioni ardite. Raggomitolati nelle lenzuola sudavamo l'uno sull'altra. Lei mi cavalcava con forza ed io ero la sua “bestia” che non voleva farsi domare. La sollevavo spingendola verso l'alto e più lo facevo, più lei saltava su di me facendo ballare quei suoi seni. Sollevai la testa per morderli in preda ad un desiderio smisurato, ma lei sadica me li negava. Eravamo ormai una cosa sola.
L'odore del suo corpo era fantastico. Sudavamo e i nostri sudori si mischiavano come le nostre voglie. Travolti, mi ritrovai a penetrarla a pecora, le tenevo i seni, glieli stringevo e nel frattempo spingevo e spingevo e spingevo. Poi ancora l'uno sull'altra, una sola cosa, uniti in uno spazio difficile impossibile da descrivere. Esplosi, dentro di lei e dopo pochi secondi lei mi seguì ancora. Era il nostro piccolo labirinto di passione, dentro il quale eravamo da poco entrati, ma da cui non avevamo ancora capito quanto potesse essere bello non riuscire ad uscire.
mercoledì, 13 agosto 2008,08:08
Aspettai Fabiola per oltre mezz'ora. Tra condoglianze e saluti vari il suo ritardo era più che giustificato. Quando arrivò rimase sorpresa nel non vedere Anna. Le spiegai la situazione e lei capì. Si erano nel frattempo fatte le 14 e le proposi di andare a mangiare qualcosa. Accettò.
Scegliemmo un ristorante a Civitavecchia. Non era molto loquace, ma sicuramente più simpatica di quanto non lo fosse stata sino ad allora con me. Optammo per un pranzo a base di pesce. Aveva classe anche nel mangiare, con quei suoi modi raffinati e mai volgari. I pasti sciolsero ulteriormente la tensione tra noi due. Volava ora anche qualche sorriso e il suo sguardo ne risentiva evidentemente in meglio. Era dolce e bella, sensuale e affascinante allo stesso tempo.
Il discorso scivolò sul professionale: mi parlò del casale e delle idee che le erano venute sinora in mente. “Credo ci dovrò tornare presto”, mi disse. “Vacci tutte le volte che vuoi: tanto hai le chiavi” risposi io. “Magari la prossima volta avverto, visto quanto accaduto la scorsa volta...”, replicò lei. Mi venne spontaneo allora aggiungere con una provocazione, accompagnata da un sorriso: “Beh dai in fondo non hai fatto un viaggio a vuoto, anzi...”. Ridemmo, forse per la prima volta veramente complici. All'improvviso mi lanciò una proposta: “Ascolta e se ci andassimo ora? In fondo la giornata è più o meno persa e siamo già sulla strada per la Toscana”.
Non aveva tutti i torti: in un'ora saremmo arrivati a destinazione e sicuramente sarebbe stato un tempo meglio impiegato che altrove. Per me poi c'era il plus di una fantasia erotica da alimentare. Salimmo quindi in macchina e partimmo alla volta del casale.
Si era fatta più loquace e tra noi c'era un'atmosfera meravigliosamente complice. Le sue cosce abbronzate e lucide mi stavano ora di fianco e lei certamente apprezzava gli sguardi che mi scappavano. Lo capivo dai sorrisini che le scappavano, girando il volto verso il suo finestrino. Aveva anche tolto la giacca, rendendo ancor più evidente il suo prosperoso seno. Indossava infatti una magliettina a mezze maniche, scollata il giusto per far ammattire un uomo. La cosa che di lei però più di tutte mi faceva impazzire era il suo modo così naturale e sensuale di toccarsi i capelli.
Il cielo si stava riempiendo di nubi che non promettevano niente di buono. Puntualmente dopo cinque minuti si scatenò un vero e proprio nubifragio. “Mi sa che sto casale è maledetto per me..”, disse lei. Proseguimmo quasi a passo d'uomo e tra mille difficoltà arrivammo al casale. Scesi per aprire il cancello e mi inzuppai. Attraversato il cancello e fermata la macchina nello scendere fummo colti da una paurosa secchiata. Entrammo in casa di corsa, bagnati come pulcini.
Lei bestemmiò e per la prima volta uscì fuori da quel suo personaggio così severo per il quale si era fatta conoscere. Provai ad accendere la luce, ma al mio tentativo ci fu una scintilla e poi il buio. Un colpo di vento chiuse la porta ed anche quello spiraglio di luce che proveniva da fuori svanì.
Il buio ci avvolse, amplificando la sensazione di oppressione che i vestiti bagnati e appiccicati al nostro corpo ci davano. Né io, né lei proferivamo parola. Sentivo il suo respiro nitidamente. Il suo corpo emanava calore. Era lì, a portata di mano. Avrei potuto allungare un braccio e toccarla. Fu lei a farlo. Sentii la sua mano sul mio fianco, posarsi involontariamente. “Scusa”, mi disse. “Tranquilla”, replicai io afferrandole la mano. Non scappò dalla mia presa, anzi. Si avvicinò un po' di più ed il calore del suo corpo diventò più forte.
Il suo profumo colse le mie narici. Quel aroma sensuale che proveniva dal suo corpo travolse insaporì il mio respiro, donando a quella situazione così poco piacevole, una magia straordinaria.
Le cinsi un fianco, per rassicurarla. Non le dispiacque tanto che anche lei passò il suo braccio sul mio fianco. I suoi vestiti erano bagnati, ma la mia mano era intenta ad esplorare quel corpo, che tanto avevo bramato e che ora era a pochi centimetri da me.
La sua mano non era più sul mio fianco, ma accarezzava il mio petto, non so quanto volontariamente. Accompagnai la sua mano sfiorandola con la mia. Tremava. Cercai di essere più fermo di lei e fermai la sua mano suo mio petto, sopra la mia camicia bagnata. Lei approvò e si avvicinò ulteriormente. Eravamo ora abbracciati. Lei tremava, per il freddo, ma forse ancor più per la paura.
Annusavo i suoi capelli, quelli che con la mano così sapientemente e sensualmente si toccava. Tuoni e lei si stringeva più forte a me. Sentivo le sue sode forme aderire al mio corpo. Era meraviglioso. Il suo respiro sulla spalla mi eccitava: sembrava ansimare e la cosa mi provocò un erezione piuttosto evidente.
Smise di tremare, rassicurata forse dal mio abbraccio. Si accorse dell'erezione, ma non fu dispiaciuta. Anzi, sembrò quasi sistemarsi meglio per saggiarne meglio la consistenza. Le mie labbra si posarono sul suo capo: le diedi un dolce bacio. Scostò il capo dalla mia spalla e cercò il mio sguardo. Lei sapeva bene che era su di lei, lo era da tempo, da quel incontro nel suo studio. E lo era anche ora. Mi stava guardando e decisi di cercare la sua bocca.
La trovai a metà strada.
Fuori un lampo, poi un tuono pauroso, da far tremare tutto...
martedì, 12 agosto 2008,15:08
Mi ritrovai solo in auto con quelle due amiche ritrovatesi dopo 13 anni. Una delle due era la mia ragazza, bionda e bella, sensuale come mi aveva fatto innamorare. L'altra, l'architetto, bruna mediterranea, con forme da sballo evidenti anche in quel castigato tailleur grigio scuro con cui dimostrava il suo lutto. Stavamo andando al funerale di suo suocero che io neanche conoscevo, ma a cui, vista la ritrovata vicinanza tra le due amiche, Anna mi aveva cortesemente di presenziare.
Nessuno parlava. La radio era ad un volume bassissimo. Fuori il sole di giugno infuocava l'interno della macchina, dove l'aria condizionata mischiava gli odori di quei due capolavori di donne. Dallo specchietto cercavo lo sguardo di Fabiola, pur avendo a fianco Anna. Guardava fuori dal finestrino, nascondendo i suoi occhi neri con degli occhialoni neri. Il suo tailleur grigio era piuttosto casto, ma accompagnava le sue morbide curve. Non indossava calze, come potei ammirare dallo specchietto. Le sue gambe erano già abbronzate, complice una carnagione già abbastanza scura di suo.
Erano lucide, segno di una “lucidatura” ricevuta con creme ad hoc. Il solo pensiero rendeva tutto estremamente eccitante: in più stava andando ad un funerale e sapere che nonostante l'infausta occasione lei curasse così tanto il suo corpo mi eccitava. Il tutto per una donna che nella notte precedente non aveva soddisfatto le sue voglie, visto il lutto del marito. Quel suo torturare nervosamente i capelli era terribilmente erotico e
Arrivammo a Cerveteri, paese di cui suo marito era originario. In chiesa ci dividemmo. Lei si ricongiunse col padre del defunto, mentre io ed Anna sedemmo qualche banco più indietro. Anche in chiesa i cattivi pensieri non se ne andavano. Il mio sguardo cercava Fabiola o quello che ne riuscivo a scorgere. Non capivo il perché, ma quella donna mi aveva stregato, aveva reso i miei occhi schiavi della sua visione. Neanche Anna riusciva a distogliermi dal pensarla.
Anzi, quando pensavo ad Anna mi veniva in mente che lei l'aveva avuta in quel casale e chissà forse anche a casa sua. Ed il pensiero mi provocava un'erezione istantanea, anche lì in chiesa, mentre il prete intonava l'estremo saluto a quel povero vecchio.
Fuori dalla chiesa ero con Anna in attesa di Fabiola, quando squillò il suo telefono. Era l'ospedale che la chiamava d'urgenza, visto che c'era un problema di carenza di personale: era ancora in prova in reparto e si sentì obbligata ad accettare. “Io vado, chiamo un taxi, tu aspetta Faby”, disse cogliendomi di sorpresa.
mercoledì, 30 luglio 2008,20:51
Il pensiero di quanto era successo quel week end accompagnò tutto il mio lunedì. Non riuscivo a togliermi dalla mente quanto accaduto in quel casale, la scopata con Anna, l'arrivo di Fabiola, i suoi vestiti fradici sul corpo sinuoso, il tetè a tetè in bagno tra lei e Anna e il loro successivo imbarazzo.
A mezzogiorno mi era arrivata anche una sua mail in cui mi avvertiva che con le misure e i rilievi poteva ora finalmente lavorare al progetto. Mi chiedeva 10 giorni di tempo. Era bastato leggere il suo nome per farmi andare in fibrillazione: mi aveva davvero stregato.
Uscito da lavoro andai da Anna. Non avevamo appuntamento, ma volevo farle una sorpresa, con la speranza e la voglia di riprendere il discorso interrotto sabato scorso. In casa però non era sola: c'era Fabiola che era venuta per riportarle i vestiti che il sabato prima le aveva prestato. Anna mi salutò freddamente. Fabiola mi guardava, con aria stavolta meno imbarazzata: era veramente una gran figa. Quel tailleur nero così professionale le dava quell'aria sofisticata dietro la quale però ruggiva evidentemente un animo bollente, tanto bollente da essere sul punto di esplodere. I suoi occhi raccontavano di una voglia mai sazia. La sua bocca bramava qualcosa con cui cibarsi.
Dopo qualche minuto andai via, anche perché degli sguardi di Anna mi avevano fatto capire che era il caso. Tornando a casa in macchina pensai alla mia ingenuità. Pensavo a quelle due intente ad assaggiarsi a vicenda, ad infilarsi chissà quali arnesi per soddisfare le rispettive voglie, a baciarsi per far sentire all'altra che sapore aveva.
Quei pensieri, frutto di quanto accaduto oltre quella porta, mi riportarono alla mente il racconto di Anna che una volta mi confessò di aver avuto in adolescenza un'esperienza lesbo con un'amica.
Il tutto risaliva a quando lei aveva 15 anni. I suoi erano andati fuori per un fine settimana e le avevano lasciato casa vuota. Lei aveva invitato questa sua amica a dormire da lei. Tornarono a casa abbondantemente dopo mezzanotte e tra una ciarla e l'altra si svestirono per mettersi a letto. Qui, per ingannare il tempo, si misero a vedere la televisione. Girando tra i vari canali si ritrovarono su uno che pubblicizzava una linea erotica con due donne intente a darsi piacere l'un l'altra.
All'inizio lei e l'amica ridevano della cosa, provando quasi ribrezzo. Inevitabilmente però l'atmosfera si era fatta piuttosto bollente. La lingua della bionda era abilissima a farsi spazio tra le voglie della mora. E quelle mani la toccavano proprio come loro due sognavano di essere toccate dai loro inevitabilmente inesperti fidanzati.
Erano nello stesso letto in pigiama e all'improvviso cominciarono a toccare i propri corpi. Nessuna delle due si accorgeva che l'altra lo stava facendo, ma quando una delle due emise un brusco mugolio fu naturale trovarsi coinvolte in una strana quanto perversa complicità.
La sua amica cominciò ad accarezzarle la coscia da sopra il pigiama. Ciò le provocò un brivido intenso che la fece tremare. Entrambe inesperte, si ritrovarono ad esplorarsi l'un l'altra. Pian piano si ritrovarono a toccarsi a vicenda. Lo facevano guardandosi negli occhi, regalandosi sguardi di dolcissima ingenuità, conditi da intensi rossori sulle gote, illuminate dalla sola luce del televisore.
Quegli sguardi si fondevano sempre più, erano sempre più l'uno nell'altro, l'uno compiaciuto dell'altro. I pigiami furono tolti ed i loro caldi corpi si ritrovarono a sfiorarsi sotto quel piumone che raccontava tutto il loro essere fanciulle. Le cosce si sfregavano l'una con l'altra, mentre le mani strusciavano sempre più sapientemente sulle voglie sempre più bagnate di entrambe.
Quelle quindicenni erano ora nella mia mente due poco meno che trentenni ritrovatesi dopo tanto tempo, imbarazzate, ora come allora, per un bacio che non arrivava mai, per un senso del pudore che sembrava cogliere le menti di entrambe.
La voglia però era tanta, i corpi sempre più caldi e gli sguardi sempre più ubriachi della visione della nudità dell'altra. I loro seni erano tronfi come la prima volta. Le mani scrutanti come occhi curiosi percorrevano ogni centimetro della pelle dell'altra.
Vogliose si baciavano. L'imbarazzo fu vinto da quella voglia inaspettata, da quel ritrovarsi lì per caso, insieme in quel momento. Fu dolce. Lei baciava le sue labbra in maniera goffa. L'altra provava a passarle la lingua per inumidirle. Un vortice però le travolse, spazzando via i rispettivi tentennamenti.
Nelle loro bocche esplose la passione, le loro lingue erano una sola, infuocata e vogliosa. Le mani ora esperte si davano intanto finalmente vero piacere. Le dita penetravano, cercando di far esplodere quelle pareti troppo strette per farci stare il proprio desiderio.
Lentamente si ritrovarono ad assaggiare l'una le voglie dell'altra. Gli occhi erano chiusi, immersi anche loro in quel languido piacere che univa entrambe. L'una gridava e l'altra più forte le succhiava il clitoride. L'altra si dimenava e lei dolcemente l'ipnotizzava con la sinuosa danza della lingua tra le sue cosce.
Erano un tutt'uno meraviglioso che esplose all'unisono in unico intenso e sontuoso orgasmo.
Quella notte fu per me insonne. Non bastò infatti la telefonata di Anna che mi spiegava che Fabiola voleva parlare perché nel pomeriggio aveva ricevuto la notizia della morte del suocero.
Non bastò perché nel suo appartamento quelle quindicenni che si erano ritrovate per caso oltre quella porta, erano state di nuovo sole, meno inesperte e più vogliose di 13 anni prima.
martedì, 29 luglio 2008,23:45
Tutti e tre fummo colti da grande imbarazzo. Fabiola si ritrasse dalla porta quasi a chiedere scusa. Anna e io invece schizzammo in piedi come gatti, entrambi protesi a chiuderci dentro, quasi a proteggere la nostra intimità. Ci rivestimmo delle cose essenziali e riaprimmo la porta, per accogliere l'indesiderato ospite.
“Scusate scusate...non pensavo di trovare qualcuno”, furono le prime parole che Fabiola, ancora spaventata dall'averci trovati lì, pronunciò. Era bagnatissima, fradicia. Non avendo le chiavi del cancello esterno principale aveva infatti lasciato l'auto lontana dal portone e si era presa un sacco di pioggia.
“Sei zuppa”, disse Anna in modo conciliante, quasi a voler passare oltre l'episodio. “Devi cambiarti o prenderai un malanno...”, aggiunse. “Non preoccuparti – rispose Fabiola -. Prendo delle misure, faccio dei rilievi e vado via. E poi non ho portato neanche un cambio...”. “E che problema c'è? Ti presto io qualcosa, mica è la prima volta...”, riprese Anna sorridente e già diretta verso la sua borsa.
Anna e Fabiola erano amiche di vecchia data. Avevano la stessa età e fino ai 16 anni avevano vissuto nello stesso condominio. Vivevano quasi in simbiosi, frequentando fra l'altro le stesse scuole, vivendo l'una le prime pene d'amore dell'altra e viceversa, scambiandosi vestiti e chissà forse anche fidanzati. Poi i genitori di Anna si trasferirono in un'altra zona di Roma e loro pur continuando ad essere amiche, allentarono un po' i rapporti.
Mentre Anna frugava nella sua borsa, Fabiola mi guardava imbarazzatissima. Io non proferivo parola: stavo come un ebete, ancora rosso in viso per l'attività poco prima interrotta e stralunato negli occhi per l'improvvisa interruzione. Il silenzio rendeva tutto ancora più strano.
“Andiamo in bagno su, così magari fai anche una bella doccia calda...”, disse Anna rompendo il mutismo che aveva colto la casa. Si chiusero in bagno, mentre io tornai nella stanza ancora pregna di Anna per completare la mia vestizione. Ero stordito. Feci tutto con una goffaggine lontana dal mio solito. Mi sedetti sul letto, in attesa che le due uscirono.
Lentamente riacquistai capacità intellettive e mi venne anche un po' da ridere. Pensavo infatti a quella poverina che si è trovata davanti un sessantanove tra un suo cliente e la sua amica, quando era venuta solo per prendere delle misure. Mi mettevo nei suoi panni e mi dispiaceva ancor più per lei. Ripercossi ancora quei secondi, quel suo sguardo violento su di noi. Un tuono fece rimbombare la casa, riportandomi alla mente il rumore cupo sentito mentre io e Anna stavamo facendo l'amore. Realizzai che quel rumore era Fabiola che entrava e mi resi conto che tra il rumore e il suo “c'è qualcuunooooo” erano passati ben più di pochi secondi. La cosa mi provocò eccitazione, ripensando anche alla telefonata udita nel suo ufficio pochi giorni prima: io e lei ora eravamo pari.
Di là sentivo ridere. Evidentemente le due amiche si stavano prendendo in giro. Chissà, magari parlavano anche di me, del mio sguardo da ebete alla vista di Fabiola, della mia erezione tenuta anche quando Anna cercava dei vestiti asciutti, di quel sessantanove interrotto.
Passavano i minuti e le risate furono sostituite dal silenzio. Uscii dalla stanza per capire a che punto fossero. Nessun segnale di vita. Mi avvicinai alla porta e mentre stavo per bussare per chiedere se avessero bisogno di aiuto, sentii nitidamente un mugolio provenire oltre il legno. Poi un altro, e un altro ancora. Non era Anna: l'avrei riconosciuta. Erano mugolii di piacere, questo era evidente e subito si disegnò in me la scena che stava materializzandosi oltre la porta.
Immaginavo Anna intenta a giocare con le voglie di Fabiola. Le sue dita intrufolarsi tra le pareti vogliose di quell'architetto dalle curve sinuose; poi ancora le labbra chiudersi sui capezzoli di quella statua mediterranea, con la lingua roteante attorno alle sue areole; e poi ancora la sua lingua scendere lentamente verso l'ombelico, con la mano smarrita tra le sode cosce di Fabiola; ancora giù con la lingua, lì dove tutte le voglie si concentrano. Ed eccola Anna intenta a dare piacere a Fabiola e Fabiola intenta a prendere piacere da Anna.
Di là dalla porta la mia donna mi stava tradendo, ma non riuscivo a provare rabbia. In me erano più forti l'eccitazione ed anche gelosia. Già, gelosia per quel corpo a cui io volevo dare piacere e che invece potevo solo immaginare intento a riceverne da qualcun altro.
Una mano scivolava lenta sul muro. I mugolii si interruppero per un po', poi ripresero ma diversi. Era Anna stavolta: la riconoscevo. Riconobbi il suo gemito frutto di una penetrazione improvvisa. Gemeva sempre di più: le stava vergando le voglie, probabilmente già con la lingua. Come al suo solito emetteva anche dei “siiiiii”, biascicati tra un “mhhmmmmm” e l'altro. Sentivo il sapore delle sue voglie sulla mia lingua. Il profumo dei suoi umori invadeva le mie narici. L'erezione nei miei pantaloni divenne incontrollabile e cominciai a masturbarmi.
Di là ormai avevano perso davvero il controllo e sembravano essersi completamente dimenticate di me, del fatto che io potessi sentirle. Anna ormai parlava, chiedendo servigi alla sua amante. Godeva ed anche molto. Con me in quel modo non aveva mai gridato. All'improvviso fu silenzio. Le immaginai intente a baciarsi, a scambiarsi i sapori l'una dell'altra. Le labbra dell'una sulle labbra dell'altra, intente a mordersi, a cercarsi, ad esplorarsi. E poi le bocche unite, l'una all'altra, in un vortice di torbida passione. Il tutto mentre le mani dell'una esploravano i corpi dell'altra, come solo una donna con un'altra donna sa fare. Ero eccitato e menavo il mio piacere da solo, con l'orecchio proteso oltre la porta.
Alcune parole mi indussero a tornare in me. Mi spostai di là: stavano per uscire. La mia erezione era ancora lì, anche se da seduto era assai meno visibile.
Uscirono dopo un paio di minuti. Avevano entrambe il volto trafelato, rosso dal piacere poco prima provato. Stavano in silenzio, con gli sguardi che sfuggivano tra di loro e anche al mio. Fabiola guardava la casa, Anna si diresse verso la borsa per posare delle cose. Fui io a rompere quell'imbarazzo. “Ehi, ma quella è la gonna che ti ho regalato io vero Anna?...Sai che ti sta proprio bene, Fabiola?”
lunedì, 28 luglio 2008,10:20
Quel week end decisi di regalare ad Anna un viaggio in Toscana. Avremmo alloggiato in un agriturismo vicino Firenze e ne avrei approfittato per farle vedere il Casale di cui mi ero ritrovato ad essere improvviso proprietario.
Le previsioni non erano delle migliori ed infatti ci ritrovammo nel bel mezzo di un temporale. Decidemmo di fermarci al Casale per aspettare che spiovesse. Fui sorpreso dal vedere quella struttura che non ricordavo così grande. Certo era ridotto piuttosto male, ma lavorandoci su poteva venir fuori qualcosa di veramente carino.
Un tuono ruppe il silenzio della pioggia che avvolgeva magicamente quella campagna toscana. Anna mi abbracciò per la paura. Aveva i capelli e i vestiti bagnati. Era sexy in quell'umida mise. La invitai a togliersi i vestiti per evitare che si prendesse un accidenti. Uscii fuori per prendere la borsa con i suoi vestiti. Mi fracicai tutto. Entrai e la trovai con addosso il solo intimo, cinta da una coperta che aveva trovato sul letto. La situazione mi arrapava, tanto che non badai neanche a chiudere la porta. Mi invitò a spogliarmi per scansarmi a mia volta l'accidenti. Mi tolsi la maglietta e me la ritrovai intenta ad accarezzarmi il petto. Mi baciò i capezzoli in modo terribilmente sensuale. Mi eccitò.
Carezzandomi, sfiorandomi con i polpastrelli scese prima verso l'ombelico, poi sui miei jeans. Mi guardava con fare voglioso, dimenandosi in movimenti terribilmente sensuali. Ci baciammò. Il vigore con cui lo fece mi fece capire che la sua voglia era tanta. La sua lingua era un vortice attorno alla mia. La teneva avvinghiata con le labbra e la succhiava voracemente. Le sue mani erano sul mio petto, intente a carezzarmi lentamente.
Sadicamente si staccò e cominciò a torturare il mio collo di baci. Mi ritrovai spinto sul letto con lei che baciava la mia spalla, il mio braccio, poi ancora il mio petto. Baciò i capezzoli e lentamente scese. La sua lingua viaggiò tra i miei addominali, mentre con mano sapiente mi regalava un erezione massaggiandomi da sopra i jeans.
Ero sul bordo del letto, lei china a novanta che mi slacciava i jeans. La tapparella era abbassata e fuori, nella campagna toscana, stava venendo giù l'ira di Dio.
Mi tolse i jeans. Ero davanti a lei in boxer, pesantemente gonfiati dal desiderio che la situazione era riuscito a farmi montare. C'era in quella casa un'odore di umido di casa inutilizzava che si mischiava a quello della pioggia d'estate che tanta arsura lavava via. Era un mix terribilmente sensuale, ulteriormente esaltato dall'odore del suo corpo, umido allo stesso per la pioggia presa e per il sudore che la situazione stava producendo.
Mi tirò giù i boxer, spostò la sua bionda chioma dietro l'orecchio e tenendo il mio piacere con una mano lo porse alla sua bocca. Cominciò a passarci lentamente la lingua. Lo percorse dall'alto verso il basso, poi ancora dal basso verso l'alto e ancora per un paio di volte in quella sequenza. Tornando su poi aprì la bocca, si scostò ancora i capelli ribelli e prese tra le labbra il mio piacere. Un sordo rumore sembrò provenire di là, ma ero talmente preso dal godere che non ci feci più di tanto caso.
La sua bocca era riempita dal mio piacere. La sua testa andava su e giù, accompagnata dalla mia mano che assecondava ogni suo movimento. Accompagnava il suo scendere con movimenti rotatori della lingua come se stesse scendendo una scala a chiocciola. Era china su di me, leggermente laterale, così che potevo ammirarne i movimenti. Aveva le gambe leggermente spalancate, con indosso ancora il perizoma. Allungai la mano e riuscii a posarla tra le sue gambe. Era bagnata, ma non era pioggia.
Il contatto con la mano le donò inatteso piacere. Staccò la sua bocca per prendere fiato, per emettere un gemito. Mi offrì meglio le sue voglie, mettendole ora a portata di lingua. Sollevai poco la mia testa e mentre lei si riposizionò il mio piacere in bocca, cominciando a succhiare paurosamente il mio membro, io cominciai a baciarle le cosce. Abbassai il suo perizoma, incontrando ad un certo punto l'aiuto del suo piede: aveva evidentemente fretta.
Improvvisa la mia lingua atterrò sulle sue voglie. Era fradicia, saporita, desiderosa. Fremeva ed io assecondai i suoi fremiti. Con la lingua spingevo verso i suoi desideri più intimi. Volevo scavarle dentro, con la mia lingua come un trapano. Spingevo con forza, per farle sentire con forza la mia penetrazione. Lei staccava la sua bocca dal mio arnese per emettere goduriosi gemiti, inarcando la testa all'indietro.
Più gemeva e più mi eccitavo. Le mie mani afferrarono il suo sedere, rifilandole uno schiaffo pesante. Gridò ulteriormente.
Ero intento a giocare con il suo clitoride quando sentimmo una voce provenire da fuori la stanza. “C'è qualcuno”, urlò una voce femminile, tra l'impaurito e il curioso. Mi distolsi dalle voglie di Anna e porgendo la testa oltre le sue gambe mi ritrovai davanti Fabiola.
giovedì, 24 luglio 2008,21:38
Quella telefonata mi aveva fatto montare una voglia pazzesca. Per tutto il tragitto verso casa di Anna la mia mente fu colta da immagini disegnate da quelle torbide parole.
La immaginavo entrare vogliosa in casa e togliersi la giacca e restare immediatamente a seno nudo. La immaginavo aprire la porta in siffatte vesti, travolta dal fortunato interlocutore all'altro capo del telefono: sarà stato il marito? il fidanzato?, l'amante?...Immaginavo lui intento a liberarle voglie da quelle palline, ammirandone l'effetto prodotto in una giornata di lavoro. Immaginavo e mi veniva sete, sete di lei, del suo sapore che fantasticavo essere tra il dolce di una pesca e l'amaro di una liquirizia. Le mie papille gustative erano su quelle voglie, intente a regalarsi quel sontuoso gusto.
Immaginavo tutto questo e mi ritrovai in poco tempo e dopo pochi baci alle prese con Anna, la mia ragazza. La spogliai senza che lei potesse proferire parola: anche lei aveva solo la giacca, anche lei aveva una gonna poco sopra al ginocchio. La baciai voglioso più che mai e scesi senza passare dal via verso il mio bramato tesoro.
Aveva un perizoma di pizzo viola trasparente che lasciava intravedere la striscetta piuttosto pronunciata che caratterizzava le sue voglie. Scostai il perizoma in modo brutale e subito affondai la mia lingua tra le sue gambe. Iniziai a solcare furiosamente le sue voglie, travolgendole con inaspettata passione. Inaspettata per lei perché si ritrovò nel giro di pochi secondi ad emettere gemiti che evidentemente non pensava così prossimi quella sera.
Io invece quei gemiti li avevo in testa da mezz'ora , da quando avevo salutato Fabiola per mettermi in macchina. Da quando avevo immaginato una lingua posarsi su quelle voglie pregne di desiderio. Da quando la mia sete di lei si era fatta più e più forte.
Ed ora ero lì, alle prese con voglie mai sopite ed ora destate da un desiderio che era in realtà per un'altra.
La sua mano affondò sulla mia chioma, spingendo la mia testa con più vigore verso le sue gambe. Due dita accarezzavano il suo piacere, bagnandosi del suo immenso calore. Quelle dita poco dopo la infilzarono improvvisamente, cominciando un lento stantuffare che la fece sobbalzare ulteriormente. Ogni centimetro della mia lingua era intento a darle piacere, bagnandosi del suo liquido, amaro come un frutto acerbo, dolce come un gelato alla fragola.
Incontrai il suo clitoride e lo travolsi con lappate ancor più intense. Lo presi tra le labbra e iniziai a rotearvi intorno la lingua. Provava piacere, anche perché contemporaneamente le mie dita premevano al suo interno, quasi a voler fuori uscire fuori dalla parte superiore.
Era in estasi. Pronunciava parole via via più sconce e più spinte. Godeva, dimenandosi sul divano su cui l'avevo spinta. Quel divano tanto simile a quello che c'era nell'ufficio di Fabiola. Quel divano a cui lei si aggrappava in cerca di un appiglio in quella tormenta di piacere che la stava travolgendo.
Alzai la testa e vidi le sue gote rosse e la sua faccia colma di imbarazzato piacere. Ansimava ed ansimando riuscì finalmente a salutarmi: “Buonasera”.
giovedì, 24 luglio 2008,19:09
La porta era socchiusa. Avevo appuntamento allo “Studio Dalprà” per le 20.30 ed al mio arrivo trovai l'ingresso spalancato. Era tardi e nello studio sembrava non esserci nessuno. La porta socchiusa era quella di Fabiola, un'amica di Anna, la mia ragazza.
Fabiola è un architetto ed ero andato nel suo studio per parlare della ristrutturazione del casale in Toscana che una mia zia mi ha lasciato in eredità. Si era laureata da poco, ma aveva trovato già impiego in quello che era uno dei più rinomati studi di Roma. L'appuntamento era fuori dall'orario d'ufficio: lei infatti mi stava facendo un favore. Non avevo mai visto Fabiola, né mai sentito la sua voce.
La porta era socchiusa e sentivo una voce provenire dall'interno. Era la voce di una donna che parlava al telefono. Non si trattava di una discussione normale: lei infatti non parlava soltanto, ma ogni tanto emetteva gemiti sottili che definire equivoci è dire poco. Sbirciai attraverso l'uscio socchiuso e scorsi una donna al telefono, intenta a toccarsi i capelli, annodando e snodando ricci con un indice assolutamente nervoso.
“Vorrei tanto che tu fossi qui...”, diceva con voce suadente. “Indosso quella gonna al ginocchio gessata che tanto ti piace, con una giacca grigia...”. Lo diceva e rideva in maniera beffarda. “...sotto poi non ho nulla: solo la giacca ed un perizoma. Qua fa caaaaaldoooo...mmmhhmm, si dimmi ....dimmi cosa mi faresti....”. Seguirono secondi di silenzio, in cui la scorsi intenta a mordersi le labbra, mentre continuava a torturare furiosamente una ciocca di capelli. “Sei proprio un porcelliiiinooo allora...”, disse sorridendo. “Sto sfregando le gambe: si, si, siiii...ho le palline ...stasera toccherà a te toglierle...il vulcano non vede l'ora di esplodere”. Ancora silenzio.
Stavolta però fui io ad interromperlo. Bussai alla porta. “E' permesso...”, dissi io come se fossi appena arrivato. Fui accolto da un “avanti” piuttosto imbarazzato, rimasto in qualche modo in gola alla povera donna e venuto fuori monco e balbettante”. Quando mi vide, mi fece accomodare con un gesto con cui mi indicò la sedia davanti a lei. “Ti devo lasciare. A stasera, ciao...”, disse chiudendo il telefono.
Ci presentammo.
La sua mediterraneità colpì i miei occhi. Aveva la pelle molto scura, che ben si sposava con la sua nera chioma. I suoi occhi scuri erano profondi e vispi, senza però essere impertinenti. Ero lì per motivi di lavoro e lei, seppur imbarazzata dalla telefonata, assunse subito uno sguardo serioso. I capelli erano lisci, anche se qualche ciocca portava ancora con sé i segni della fresca tortura. Le labbra erano carnose e rimandavano una sensazione di morbida durezza, come quei frutti duri al vedersi, ma goduriosi a mordersi. Sembrava accalorata, probabilmente perché la temperatura fuori era veramente torrida, nonostante ormai la sera si stesse facendo.
Cominciai a spiegarle il motivo della mia presenza lì e delle caratteristiche dell'appartamento. La guardavo negli occhi e facevo uno sforzo enorme a non pensare alle parole udite poco prima. Presi dalla borsa la piantina e l'aprii sul suo tavolo. Ci alzammo e cominciammo a visionarla insieme. Nel farlo venne spontaneo ad entrambi chinarci. E se il mio chinarmi a lei passò sicuramente inosservato, il suo rivelò ai miei occhi il generoso decoltè che poco prima avevo appreso essere libero da costrizioni di biancheria intima.
Fu difficile, praticamente impossibile, non posare lì il mio sguardo. Eravamo a pochi centimetri l'uno dall'altra, con lei intenta a spiegarmi le possibili soluzioni applicabili al casale ed io intento a chiedermi come facesse a dissimulare così bene la presenza delle palline tra le sue gambe.
Spostò la piantina e le nostre mani si sfiorarono. Fu un evento che provocò in me eccitazione, ma in lei nulla, anzi meno che nulla. Era terribilmente ed esageratamente professionale, assai lontana dall'immagine che quelle parole udite sull'uscio avevano disegnato nella mia mente.
Riavvolse la piantina, riportandomi alla realtà. Non avevo infatti ben seguito le parole degli ultimi minuti. Mi ero infatti perso in torbide fantasie. Avevo immaginato il fortunato che in serata le avrebbe estratto le palline bagnate. Immaginavo che avrebbe goduto del suo sapore più intimo, delle sue voglie prepotenti. E contemporaneamente pensavo a quali percorsi stesse seguendo la sua mente in quel momento, con me, uno sconosciuto con una piantina di una casa davanti a lei. Mi chiedevo che fine potessero aver fatto quelle voglie che poco prima mi avevano accolto nel silenzio.
E mentre mi chiedevo tutto questo la piantina entrò nel tubo e lei mi salutava chiedendomi le chiavi della casa. “Vado a darci un'occhiata. Noi ci rivediamo la settimana prossima, ok?”.
Ci salutammo così e mentre uscivo la domanda diventò più prepotente: che fine avevano fatto quelle voglie in quei 10 minuti...